Tui shou- acquerello di Donella Bucca

Marzialità poetica

 

 

Quando diciamo “arte marziale”, il nostro immaginario occidentale corre subito alla guerra. È quasi inevitabile, perché la parola stessa ci porta lì. “Marziale” richiama Marte, il dio della guerra, e sembra quindi indicare arti nate per combattere, per ferire, per prevalere sull’altro.

Ma questa è solo una lettura superficiale, o meglio una lettura tutta occidentale, segnata da una cultura che ha spesso confuso la forza con la violenza, il combattimento con la distruzione e la disciplina con il dominio.

Se andiamo più in profondità, però, ci accorgiamo che l’Arte Marziale, nel suo significato più autentico, non riguarda l’imparare a fare la guerra. Riguarda, al contrario, l’imparare a non averne bisogno.

Già la figura di Marte, nella nostra tradizione, è più complessa di quanto sembri. Nella cultura greca il suo corrispettivo è Ares, dio della guerra nella sua forma più brutale, istintiva, quasi cieca, una guerra che non costruisce ma devasta. I Greci, infatti, non amavano Ares, lo temevano, lo sopportavano, ma non lo assumevano come modello.

Con i Romani la figura cambia. Marte diventa più ordinato, più legato alla disciplina, alla forza dello Stato, alla fondazione e alla struttura. Tuttavia il nucleo resta quello della guerra. Così, nel nostro linguaggio, “marziale” ha finito per portarsi dietro l’idea del conflitto armato, come se ogni arte del corpo dovesse avere a che fare con la violenza.

Ma non è così.

Nella cultura cinese, infatti, ciò che traduciamo con “arte marziale” non nasce da Marte né dalla guerra intesa come distruzione, e soprattutto non nasce per glorificare il conflitto. Il carattere 武, wu, contiene una direzione completamente diversa, quella di fermare la lancia, di interrompere l’atto violento, di contenere la forza prima che diventi devastazione.

Ciò che in Occidente abbiamo spesso pensato come arte della guerra, in Cina è stato concepito anche come arte del contenimento, della misura, dell’equilibrio e della trasformazione. Non è un caso che nella tradizione strategica cinese il gesto più alto sia vincere senza combattere.

La vera abilità non è distruggere il nemico, ma evitare che il conflitto raggiunga il suo culmine. È una lezione potentissima. La forma più alta di marzialità è un’arte del combattimento che non ha bisogno di diventare guerra.

Il combattimento appartiene alla vita, mentre la guerra appartiene alla storia umana nel suo lato più tragico e corrotto. In natura tutto combatte, ma non nel senso della violenza umana. Il germoglio combatte per uscire dalla terra, il seme spinge per aprirsi, il bambino combatte per venire alla luce, il corpo combatte per guarire, per restare in vita, per trovare la sua forma.

Il combattimento è tensione vitale, necessità di crescita, forza che attraversa il vivente. La guerra, invece, è un’altra cosa. È organizzazione della distruzione, volontà di dominio, conflitto portato a sistema. Il combattimento può essere naturale, la guerra è quasi sempre una degenerazione del rapporto con l’altro e con se stessi.

Da qui si comprende meglio anche il senso profondo del Tai Chi, che non è soltanto una sequenza di movimenti lenti e armoniosi, come spesso viene semplificato. È una via di conoscenza, una disciplina del corpo e della mente, una ricerca di armonizzazione con il mutamento senza perderne il centro.

Il Tai Chi, per me, è profondità della condivisione, ascolto reale. È energia che circola, vibrazione percepibile, contatto che non è mai solo fisico ma incontro di presenze.

La marzialità autentica non è aggressione, è attenzione. Non è reazione, è ascolto. Non è tensione brutale, è forza interiore.

Nel Tai Chi si dice spesso che bisogna essere come ferro avvolto nel cotone, morbidi all’esterno e forti all’interno. Ho sempre trovato in questa immagine una grande verità. Essere forti dentro significa avere forza d’animo, stabilità dell’essere, capacità di reggere il mondo senza indurirsi contro di esso.

Per questo intendo il Tai Chi come marzialità poetica.

Spingere e tirare, dare e accogliere, cedere e sostenere sono polarità dello stesso processo. Se il combattimento viene compreso come esperienza di relazione, allora non è più il gesto di chi vuole sopraffare, ma di chi vuole capire, imparare e trasformare.

In questo senso, il Tai Chi insegna ad aprire la mente in connessione con il cuore e rende possibile l’incontro.

Coloro che conoscono davvero l’Arte Marziale sono contro la guerra, perché hanno imparato l’azione consapevole e hanno considerato le conseguenze di ogni gesto.

 

Donella Bucca è fondatrice e presidente dell’associazione Lo Spazio del Tao, ha un passato come danzatrice professionista, è  maestra di Tai Chi , Qi Gong e Meditazione, studiosa di medicina cinese ed alchimia taoista e autrice del libro: “Poetica del Tai chi, appunti di Tai Chi Immaginale”.

Acquerello dell’autrice

Consenso ai cookie GDPR con Real Cookie Banner