Un incontro con la sacralità di Wudang
Ci sono luoghi che si visitano e luoghi che, invece, si attraversano con una parte più profonda di noi: Wudang è stato per me uno di questi luoghi.
Varcare la soglia del monastero è stato compiere un rito: all’ingresso della Sanfeng Tang, la Sala di Sanfeng, ci sono parole incise sulle colonne: “Con il Wu si stabiliscono Cielo e Terra; con il Taiji si porta armonia al mondo.” La dimensione marziale e quella interiore non sono separate, la forza non è fine a se stessa, il movimento serve alla trasformazione, l’arte marziale può diventare arte dell’armonia.
La conferma che attraverso la pratica costante, insieme all’aspetto sacro, si possa non solo custodire la salute, ma anche coltivare il cuore-mente, la consapevolezza e l’armonia interiore.

Aver avuto l’onore di studiare nella tradizione del Maestro taoista You Xuande, nella sua linea di trasmissione Wudang Xuanwu Pai, ha significato entrare per alcuni giorni in uno spazio in cui la pratica non era separata dalla storia, dalla spiritualità e dalla sacralità del luogo. Il Tai Chi, il Qi Gong, il respiro, il gesto e il silenzio acquistavano un significato diverso, perché alle nostre spalle sentivamo la presenza di una tradizione antica, custodita e trasmessa attraverso generazioni di Maestri.
Entrare in un tempio è stato qualcosa di molto diverso dall’entrare semplicemente in un luogo di culto: prima ancora delle parole, parlava il corpo. Abbiamo acceso l’incenso, ci siamo raccolti davanti all’altare e ci siamo inchinati, inginocchiandoci tre volte davanti alle figure sacre. Era un gesto semplice, ma di grande intensità, che non abbiamo vissuto come una formalità o come un rituale da ripetere meccanicamente. Era il modo con cui il corpo riconosce e onora ciò che lo precede, la storia di una trasmissione che continua a vivere attraverso chi ancora oggi la pratica e la custodisce.
Davanti a noi c’erano le figure sacre della tradizione, e in quel momento ho sentito con particolare forza quanto sia diverso il modo taoista di vivere il rapporto con il sacro. Non si tratta soltanto di rivolgersi a una divinità distante, ma di entrare in relazione con una genealogia spirituale nella quale convivono divinità, Patriarchi, Maestri, Perfetti e Immortali, all’interno di una visione in cui Cielo, Terra e Uomo partecipano di un’unica realtà.
Tra queste figure, la presenza di Zhang Sanfeng, il grande Patriarca associato alla tradizione di Wudang, assume un significato particolare. Zhang Sanfeng non è soltanto il nome che in Occidente viene più spesso associato al Tai Chi (la celebre storia dell’incontro tra il serpente e la gru); nella memoria taoista è il Maestro realizzato, il praticante che ha percorso la via della coltivazione interiore fino a diventare figura sacra e modello della trasformazione dell’essere umano attraverso il Dao. La sua figura vive al confine tra storia, tradizione religiosa e leggenda, ma ciò che più mi ha colpito è il significato che ancora oggi gli viene attribuito: non semplicemente quello di un antico maestro, ma quello di colui che incarna la possibilità di trasformare se stessi attraverso la pratica.
Essere lì, in una tradizione che ne custodisce l’eredità, mi ha fatto sentire ancora più profondamente che il Tai Chi non nasce soltanto da una sequenza di movimenti. Dietro ogni gesto esiste una visione dell’essere umano, del Cielo e della Terra; il corpo diventa il luogo nel quale questa relazione può essere vissuta e il movimento diventa una forma di ascolto, di ricerca e di trasformazione.

Ho compreso così, ancora una volta, che il Maestro non è semplicemente colui che insegna una tecnica. È colui che custodisce una trasmissione e la consegna a chi viene dopo. Il gesto che riceviamo oggi porta con sé i gesti di chi lo ha praticato prima di noi, e proprio per questo la pratica può diventare qualcosa di più di un esercizio: può diventare memoria vivente.
A Wudang questa continuità si percepisce ovunque. La montagna, i templi, le statue, le grotte, i cortili, il silenzio e la pratica non sembrano appartenere a mondi separati, ma comporre insieme un unico paesaggio spirituale. Il luogo stesso diventa parte dell’insegnamento, e la sacralità non appare come qualcosa di distante dalla vita, ma come qualcosa che può rivelarsi nella natura, nell’architettura, nel respiro e nel gesto.
Lo abbiamo percepito anche a South Wudang, Nan Wudang, nel luogo del Fengming, il “canto della fenice”; dopo aver percorso quarantanove passi verso il tempio, ci si può fermare e battere le mani e, secondo la tradizione del luogo, si può udire il canto della fenice; facendolo abbiamo ascoltato il suono che ritornava verso di noi, un’eco resa possibile dalla particolare conformazione dello spazio e dalla disposizione architettonica del luogo. Anzi, la rende ancora più affascinante.
Perché a Wudang la natura e il simbolo non sembrano combattersi. Una vibrazione diventa eco, l’eco diventa racconto, il racconto diventa memoria, e la memoria diventa parte del sacro.
La fenice, nella tradizione cinese, non è semplicemente l’animale fantastico che conosciamo in Occidente. È un essere simbolico legato all’armonia, alla virtù e all’ordine cosmico. Sentire quel suono nella montagna, dopo aver percorso insieme quei quarantanove passi, ha avuto per me qualcosa di profondamente poetico: per un istante sembrava davvero che fosse la montagna stessa a rispondere al nostro gesto.
E proprio lì ho percepito una delle dimensioni più sottili del Tao.
Il sacro non è necessariamente qualcosa che interrompe la realtà. Può essere già dentro la realtà: nell’eco, nella montagna, nel vento, nel corpo, nel respiro, nell’acqua, nel silenzio. Sta a noi essere abbastanza presenti da riconoscerlo.
È in questo contesto che ho compreso ancora meglio il significato degli Immortali, gli xian. Non soltanto figure da venerare, ma anche immagini di ciò che l’essere umano può diventare attraverso una lunga coltivazione, trasformando progressivamente il corpo, il Qi, la mente e lo spirito, fino a vivere in maggiore armonia con il Dao. In questa prospettiva, l’Immortale non rappresenta soltanto qualcuno che appartiene al mondo del mito, ma una possibilità simbolica dell’essere umano, un ideale di trasformazione e di compimento.
Aver studiato in questo contesto è stato un grande onore, non soltanto per ciò che abbiamo imparato tecnicamente, ma per aver potuto percepire, anche solo per un breve tempo, la profondità di una tradizione nella quale il Tai Chi e il Qi Gong appartengono a un percorso molto più vasto: la ricerca dell’armonia fra Cielo, Terra e Uomo, e la possibilità di trasformare se stessi attraverso il Dao.
Sono tornata da Wudang con la sensazione di aver incontrato non soltanto un luogo, ma una parte profonda della Via. Ho portato con me forme, movimenti, insegnamenti e immagini, ma soprattutto la consapevolezza di quanto sia preziosa una tradizione quando viene vissuta non come qualcosa da possedere, ma come qualcosa da ricevere con rispetto.
Forse è questo il senso più vero del viaggio: non portare a casa soltanto ricordi, fotografie o conoscenze, ma lasciare che un luogo continui a risuonare dentro di noi. E forse, dopo essere stati a Wudang, si comprende che la tradizione non è soltanto qualcosa che si studia. È qualcosa davanti alla quale si impara, prima di tutto, a inchinarsi.
Un’esperienza che desideravo vivere da sempre e che, proprio in questo anno del Cavallo di Fuoco, ho finalmente avuto l’opportunità di realizzare. grazie all’organizzazione di Walter Lorini, che ringrazio di cuore, insieme a tutti i compagni di viaggio.
Nota all’immagine di copertina:
Murale sui Monti Wudang, Cina, presente nel Palazzo delle Nubi Porpora (Zixiao Gong)raffigurante la leggendaria scena dell’incontro tra Zhang Sanfeng e il serpente, simbolo dell’ispirazione attribuita dalla tradizione taoista alla nascita dei principi delle arti marziali interne.